mercoledì 13 agosto 2025

🌙 Sogno – Versione narrativa

Ero in un collegio. La mia stanza era piccola ma mia: avevo la chiave, potevo chiuderla e sentirmi al sicuro. O almeno credevo. Quando rientrai, il cuore mi cadde nello stomaco: mancavano delle cose. Qualcuno era entrato, aveva frugato ovunque. Chiamai subito l’educatore, la voce tesa. Non aspettai che arrivasse: trovai chi aveva rubato e li affrontai di persona. Li spogliai, li umiliai, li costrinsi a sentire la stessa vergogna che avevano fatto provare a me. Più tardi mi spostai in un’altra stanza del collegio. Era un magazzino della memoria: scaffali pieni di cibo, bagnoschiuma, oggetti di ogni genere… alcuni scaduti, dimenticati da chissà quanto. Tra scatole e polvere trovai vecchi fogli con gli orari dei turni, come se il tempo lì dentro non fosse mai andato avanti. L’educatore era con me. Gli dissi che mi mancavano certe persone: Marna, Alessandra, Ashley… nomi che, pronunciati, sembravano aprire porte chiuse da anni. Poi arrivò mia sorella con un’amica. Le guardai e, quasi con un sorriso amaro, dissi: “Sono maniaco compulsivo.” Mi comportavo in maniera strana, come se stessi recitando davanti a loro. Sentivo il bisogno di trovare un bagno… ma quando lo trovai, la parete era trasparente. Nessuna privacy, nessun riparo: anche la mia intimità era esposta. Il sogno cambiò colore. Ero a una festa. Luci soffuse, musica di fondo. La fidanzata di mio cugino mi disse che prendeva un cocktail e voleva dividerlo con me; mio cugino prendeva una birra. Io annuii, “arrivo subito”… ma non arrivai mai. Presi un taxi e mi feci portare in un posto che conoscevo bene, un luogo abbandonato dove andavo sempre. Il taxi si fermò e, tra le ombre, apparve la mia ex. Sentii il bisogno di allontanarla. Arrivarono anche mia sorella e la sua amica, come se fossero lì per proteggermi o per vedere cosa sarebbe successo. Poi, all’improvviso, ero alla guida di un macchinone, un furgone imponente. Ma non bastava. Dicevo che stavo aspettando un’auto più grande, una splendida Audi. Non era solo un’auto: era il simbolo del mio riscatto. La guardai come per dire a chi mi aveva lasciato: “Vedi? Mi hai perso. E ci hai perso tu.”

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